Intervista d’archivio realizzata nel 2014 da Teo per Sport Alla Rovescia, in occasione della seconda edizione di Kick The Racism.
Sport popolare oltre i confini italiani
Il 18 ottobre 2014, durante la seconda edizione di Kick The Racism, la Palestra Popolare Antirazzista ha ospitato i ragazzi di AKAB Muay Thai del centro sociale Kafe Marat di Monaco di Baviera.
La loro presenza, per la prima volta in Italia con un atleta, fu l’occasione per confrontare esperienze differenti e capire come sport di base, antifascismo e accessibilità venissero vissuti in Germania.

L’intervista ad AKAB Muay Thai
Raccontateci un po’ la vostra esperienza.
A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, a Monaco, un gruppo di compagni ha cominciato a praticare Eskrima e ad allenarsi frequentemente, partecipando anche alle iniziative della federazione tedesca di questa disciplina. Lo scopo principale era antifascista e comprendeva il miglioramento dell’autodifesa durante i cortei.
All’inizio degli anni Duemila un gruppo di compagni ha cominciato a praticare Muay Thai, inizialmente organizzando un corso all’interno di una palestra in affitto. I costi erano poco sostenibili e dal 2006 abbiamo cominciato ad allenarci nel centro sociale. Una volta alla settimana ci alleniamo tutti insieme nel salone grande. Alcuni di noi praticano la Muay Thai e partecipano a combattimenti anche in altre palestre.
Allenarsi insieme nel centro sociale è importante per rafforzare le relazioni e costruire socialità attorno allo sport.
Esistono esperienze simili alla vostra in Germania?
Sì. In centri sociali di città come Stoccarda, Berlino, Amburgo e Dresda esistono gruppi di giovani antifascisti che praticano insieme arti marziali, soprattutto in un’ottica di autodifesa. Sono realtà underground.
In Germania non è come in Italia, dove le palestre popolari propongono corsi aperti alla cittadinanza. AKAB Muay Thai rappresentava un’esperienza particolare: ci siamo dati un nome e questa era la prima volta che partecipavamo in Italia a un incontro come gruppo.
Come funziona in Germania il diritto allo sport?
Secondo gli intervistati, in Germania non esisteva un modello identico alle palestre popolari italiane, anche perché il sistema di welfare rendeva lo sport accessibile anche a persone disoccupate e migranti.
Accanto alle palestre private esistevano associazioni sportive molto radicate, come i gruppi dei ferrovieri o dei lavoratori delle poste. Le Sportverein, paragonabili alle associazioni sportive dilettantistiche italiane, ricevevano contributi pubblici e agevolazioni fiscali. L’intervista riportava, come esempio dell’epoca, quote mensili molto ridotte per le persone disoccupate.
E per quanto riguarda i migranti?
Gli intervistati raccontavano una presenza significativa di persone migranti nelle strutture sportive, in particolare nel calcio e nelle arti marziali. Molti istruttori provenivano da comunità turche, curde, serbe o croate.
Preferivano allenarsi negli ambienti più meticci e nei quartieri centrali, dove la presenza di persone con origini differenti rendeva più difficile la diffusione di gruppi fascisti e discriminatori.
A Monaco esisteva anche un’esperienza antirazzista nel tifo calcistico?
L’intervista ricordava il lavoro della Schickeria, gruppo di tifosi del Bayern Monaco, e la riscoperta della figura di Kurt Landauer, presidente ebreo del club costretto a lasciare la Germania durante il nazismo.
Attraverso tornei, iniziative culturali e proiezioni dedicate a Landauer, il gruppo contribuì a riportare nella memoria pubblica una parte della storia del Bayern a lungo trascurata.
Sport, socialità e antifascismo
L’intervista mostra che lo sport popolare può assumere forme differenti a seconda del contesto sociale. In Italia può nascere dalla necessità di creare spazi accessibili e indipendenti; in Germania può svilupparsi all’interno di centri sociali o intrecciarsi con un sistema associativo già sostenuto pubblicamente.
Il punto comune è la volontà di non lasciare lo sport alle logiche del profitto, della discriminazione o della cultura della forza. Allenarsi insieme diventa un modo per costruire relazioni, difendersi dall’isolamento e praticare concretamente antirazzismo e antifascismo.
Le risposte riflettono il contesto e le informazioni disponibili nel 2014. Il testo è stato ripulito nella forma senza alterare il significato dell’intervista originale.
